Nerello Mascalese, il principe dei vitigni dell’Etna

Il Nerello Mascalese è il principe indiscusso dei vitigni presenti sul mistico Mungibeddu, il vulcano Etna, sito sulla costa orientale della Sicilia, eterna terra di fuoco e passioni, e ne eredita le straordinarie sfumature, racchiudendole in un vino dal sapore intenso e dalle note opulenti, che ne decretano l’incontrastata unicità. Unicità in parte dovuta al profondo terreno ricco di cenere, sali minerali e sabbia del vulcano attivo più alto d’Europa che, con i suoi 3330m sul livello del mare e la sua maestosa forma conica, domina incontrastato la splendida Catania e la romantica Taormina.

Come molti vini, anche il Nerello Mascalese gode di origini piuttosto incerte e avvolte nella nebbia. La sua selezione sembra essere stata fatta centinaia di anni or sono ad opera degli agricoltori della piana di Mascali e, piano piano, si è affermato come uno dei vitigni più diffusi in Sicilia.

Il vitigno del Nerello Mascalese è a maturazione tardiva e si procede con la vendemmia solo a metà ottobre. Da questa antica uva, si ottiene un vino il cui colore rosso rubino spesso tende al granata. Il vino sprigiona aromi con note di spezie, di viola e di frutta a bacca rossa, tra loro finemente amalgamati e completati da una spiccata acidità, minerali e tannini ben equilibrati. Proprio questa sua eleganza lo fa spesso associare al nobile Pinot Noir di Borgogna.

vigne di nerello
Grappoli di Nerello

L’Etna e il Nerello Mascalese

Il Niuriddu Mascalisi, com’è affettuosamente chiamato il Nerello Mascalese dai vignaioli etnei, non ha una collocazione storica ben precisa, l’inizio della sua coltivazione si perde infatti nella notte dei tempi. Da recenti studi è però emerso che questo vitigno autoctono a bacca rossa fa la sua prima apparizione durante la colonizzazione greca nel VIII secolo A.C. sulle coste della Calabria, per poi spostarsi a Naxos e successivamente a Catania nel 728 A.C., quando i Greci introdussero nella parte orientale della Sicilia la coltivazione delle Talee e l’adorazione di Dionisio, dio del vino. Al tempo erano molti i Greci che coltivavano la vite nella zona orientale della Sicilia e alle pendici dell’Etna. Si dice che la stessa poetessa Saffo, bandita dalla sua patria, l’isola di Lesbo, si trasferì in questa zona dell’isola a coltivare la vite.

In epoca romana che il Nerello Mascalese comincia a diffondersi alle pendici dell’Etna, diventando un’interessante alternativa al famoso Falerno. Qui metterà definitivamente radici nel territorio della piana di Mascali, ristretta zona agricola tra il mare e l’Etna, in provincia di Catania, da cui il nome Mascalese, e nel territorio di Randazzo e Castiglione di Sicilia. L’Etna accoglierà quindi il Nerello Mascalese per secoli, con i suoi terreni vulcanici al limite dell’impossibile, tra i 350 e i 1100 metri sul livello del mare, che offriranno le condizioni pedoclimatiche più adatte per la sua coltivazione.

Nel 1968 il Nerello Mascalese diventa la base per la denominazione DOC dell’Etna Rosso, di cui rappresenta almeno l’80%, mentre il restante 20% è dato dal vitigno Nerello Cappuccio. Il Nerello Mascalese viene quindi consacrato definitivamente nel panorama vinicolo internazionale come vitigno autoctono e, in alcuni casi, estremo dell’Etna.

nerello cappuccio
Vigna di Nerello

Nella zona etnea tra Mascali e Randazzo non è raro trovare antichissime vigne ad alberello di Nerello Mascalese, che con forza e tenacia si aggrappano alla montagna e alle sue terrazze nere di pietra lavica, in cui è possibile constatare la mancanza di un sesto d’impianto geometrico delle viti, questo perché sull’Etna in passato era molto diffusa la pratica di allevamento della vite per propaggine. Si tratta della cosiddetta purpania, che consisteva nell’interrare il tralcio di vite così da poter ripristinare la fallanza prossimale. Questa metodica ci permette di ammirare ancora oggi, in questi vigneti eroici, una cospicua presenza di viti a piede franco.

La produttività della pianta è abbondante ma non è sempre costante, mentre la vigoria è mediamente ottima, ma dipende dall’annata e dalla zona etnea in cui il Nerello Mascalese viene coltivato. Se consideriamo identiche condizioni di allevamento e stesse pratiche colturali, le condizioni del micro-clima etneo tra luglio e agosto e tra settembre e ottobre determinano importanti variabili sull’andamento qualitativo dell’uva, anche all’interno della stessa annata, in base al versante del vulcano Etna e all’altitudine in cui essa viene prodotta.

Inoltre, questo vitigno, vista anche la caratteristica natura sabbiosa del terreno vulcanico, si trova a dover gestire un cospicuo stress idrico dovuto alle abbondanti piogge, soprattutto nel periodo pre-estivo e nel periodo antecedente la vendemmia, oppure uno stress da siccità, dovuto alla forte calura del periodo estivo, che si ripercuote sulla dimensione e sul peso dell’acino. Questo può compromettere la perfetta maturazione dell’uva, (considerando che il Nerello Mascalese è un vitigno autoctono tardivo), con spiacevoli ripercussioni sul vino finale.

Le caratteristiche organolettiche del Nerello Mascalase in purezza sono in genere: il colore rosso rubino con leggeri toni granati, il profumo di intense note di frutta a bacca rossa, lievissime sfumature floreali, tocco speziato, tenue effusione di vaniglia e tabacco con persistenza di liquirizia e il gusto secco, caldo, tannico, persistente e armonico, il tutto sostenuto dal corpo.

etna
La vista dell’Etna tra i vigneti

Quando invece il Nerello Mascalese viene vinificato in assenza di vinacce, dà origine alla famosa “Pesta in Botte” tipica della zona etnea. La gradazione alcolica è compresa tra i 13-14% vol. mentre la temperatura di servizio tra i 18-20 C°. Viene servito in calici adatti a vini rossi di corpo. Si sposa benissimo con le carni rosse, la selvaggina e i formaggi stagionati.

Il Nerello Mascalese è uno degli esempi più importanti di coltivazione autoctona esistenti in Sicilia da tempo immemorabile, assoggettato però ad un’elevata variabilità che lo può compromettere. Sarebbe auspicabile pensare ad un programma complessivo di valorizzazione e selezione clonale, che alcuni tra i più responsabili viticultori stanno conducendo in proprio.

Questo permette di comprendere la diversità nel complesso clonale eterogeneo del vitigno ed avere delle varietà più resistenti e non soggette a patologie difficili da debellare come: virosi del complesso dell’arricciamento, giallume infettivo, virosi della screziatura. Il risultato sarebbe un vino ancora più sano e intenso, con un bouquet complesso e capace di affinarsi nel tempo. Il successo del Nerello Mascalese e del vino che ne deriva con la sua storia che si perde nel tempo testimoniano che la qualità, pura e onesta come le mani del vignaiolo che lo coltiva con amore, vince sempre, perché propone sapori autentici e piacevolmente insoliti: con il Nerello Mascalese si sfiora la perfezione.

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